Succede anche questo…

Novembre 28, 2008

Leggendo i giornali di oggi ho letto la seguente notizia “immigrato disoccupato, ti pago se te ne vai”; l’idea è venuta all’assessore al sociale del Comune di Spresiano (TV), M.Spolverato; la proposta, molto essenziale prevede di dare 2 mila euro ad ogni immigrato rimasto senza lavoro, purchè se ne vada ad abitare altrove in modo da non pesare sulle casse comunali. Gli immigrati, anello debole del mondo del lavoro, sono quelli che maggiormente stanno pagando la crisi economica di questi mesi. Fino ad ieri, considerati un esercito di lavoratori di riserva, non persone ma braccia per il lavoro, erano, nel mitico nord est, assunti in grande quantità come manodopera a basso costo per le numerose aziende in crescita. Oggi con la crisi imperante sono i primi a pagare. In questi giorni così drammatici dove gli eventi del Congo e dell’India, per denunciare solo i più eclatanti, dimostratano, se ce ne fosse ancora bisogno, la necessità di guardare ai problemi con un occhio molto meno provinciale e opportunista, e dico senza problemi razzista, per provare a trovare soluzioni valide per tutti…ecco la soluzione leghista …questa è anche l’Italia di oggi!

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Cara Eluana

Novembre 19, 2008

Cara Eluana in questi giorni, in questi mesi quante persone hanno detto e scritto sulla tua vita, sulla tua morte. Non mi aggiungo a questo coro, mi sento comunque inadeguato a dire qualsiasi cosa, mi piacerebbe però che la politica aiutasse tutti, anche partendo dalla tua esperienza, garantendo la possibilità di vivere il più serenamente possibile momenti così delicati e intensi come te stai vivendo; vorrei che lo facesse partendo dalle parole del cardinale Martini di alcuni anni fa “la prosecuzione della vita fisica dell’uomo non è di per sè il principio primo e assoluto; sopra di esso sta quello della dignità umana”. A me affezionato al volto misericordioso di Cristo non resta che invitare tutti ad astenersi da giudizi spesso troppo afrettati e idealmente e affettuosamente sentirmi vicino a te.


I nostri figli, i nostri ostaggi

Novembre 12, 2008

Pubblico molto volentieri quanto inviatomi dall’amico Tommaso Greco

 

Un’indagine pubblicata qualche tempo fa in Inghilterra ci dice che la grandissima maggioranza dei bambini non esce mai di casa da solo, anche fino all’età di 13-14 anni. L’articolo da cui ho appreso la notizia (E. Franceschini, I bambini non giocano più all’aperto e la corsa in giardino resta un sogno, «La Repubblica», 6 giugno 2007, p. 35) dice che ciò è dovuto prevalentemente alle paure dei genitori, i quali si fanno influenzare dalle notizie relative ai rapimenti, alla pedofilia, ed altre atrocità di questo genere. A me sembra una spiegazione troppo facile e troppo comoda per tutti. Poiché si tratta di una situazione che viviamo più o meno tutti, anche in Italia, per il bene dei nostri figli bisognerebbe per una volta guardarci allo specchio, parlarne seriamente, cercare le cause vere, e forse arrivare ad ammettere le colpe che abbiamo nei loro confronti. La verità – questa è la mia opinione – è che i nostri figli sono ostaggio di un sistema di vita che non vogliamo mettere in discussione. Se sono rinchiusi tra le mura di casa, messi davanti alla televisione o a fare qualunque altra cosa, è perché abbiamo accettato, e continuiamo ad accettare tutti i giorni, cose che forse dovremmo avere il coraggio di affrontare criticamente (o almeno provarci). Cerco di articolare un ragionamento breve e schematico.

1) Prima dei pedofili, a minacciare i nostri bambini sono le auto. Ora mi chiedo: davvero ci siamo arresi tutti al fatto che le automobili debbano essere le vere padrone delle strade e delle città? È soprattutto colpa delle auto, infatti, se non possiamo mandare un bimbo a scuola a piedi, o semplicemente permettergli di andare a giocare a pallone fuori casa (a meno che non si abbia a disposizione un giardino blindato). Naturalmente non sto coltivando l’illusione che le auto spariscano tutte e all’improvviso, ma forse si potrebbe realizzare – se davvero lo si volesse – il sogno non tanto grande di vederle viaggiare a velocità ridottissime quando circolano su strade abitate, o prevedere che in alcuni quartieri si possa rinunciare alla comodità di arrivare con l’auto fino alla porta di casa, pur di riguadagnare la libertà di muoversi a piedi. E’ troppo chiedere a un Comune di realizzare progetti del genere? E noi, che in ogni occasione, rimpiangiamo il tempo felice in cui giocavamo per le strade, non vorremmo dare questo anche ai nostri figli?

2) Abbiamo assunto del tutto acriticamente l’abitudine di pensare che i nostri figli abbiano bisogno di imparare subito più cose possibili, in modo da essere attrezzati per la lotta della vita. Li mandiamo a ginnastica, a musica, a danza, ad inglese, ad ippica, a svolgere insomma ogni attività possibile. Ci inganniamo (e soprattutto li inganniamo) dicendoci che è quello che loro preferiscono fare, senza pensare che forse avrebbero bisogno di incontrarsi liberamente, con compagni ed amici che non cambino ad ogni ora della giornata, e di vedersi senza il controllo dei genitori e di nessun altra figura ‘istituzionale’. Nonostante tutti coloro che hanno insistito, già da molto tempo, sulla necessità della socializzazione informale e sull’importanza di relazioni spontanee (cioè non organizzate e istituzionalizzate) tra le generazioni, la nostra società è rimasta totalmente sorda e indifferente (anche noi?). Non è il caso di stipulare un patto di disarmo generalizzato e mandare i nostri figli, anziché alla guerra della competizione continua, al Campo dell’Incontro (un luogo utopistico che bisognerebbe creare), dove, oltre a giocare e crescere insieme, magari litigheranno, e anche così impareranno a vivere?

3) La sicurezza e l’insicurezza derivano soprattutto da fattori legati alle relazioni umane. Ci sentiamo insicuri, prevalentemente, perché non sappiamo con chi abbiamo a che fare; e se non lo sappiamo è perché non abbiamo tempo di coltivare le relazioni. Mi chiedo: è un dogma indiscutibile (ed è sempre una necessità inderogabile?) che si dedichi così tanto tempo al lavoro, correndo sempre da un posto all’altro, ma cercando nello stesso tempo di fare tutto ciò che crediamo necessario per il bene nostro e dei nostri figli?

Il ragionamento potrebbe (e dovrebbe) essere più lungo e articolato. Mi accontento di aver fatto delle domande, che lascio alla meditazione – e anche eventualmente al rifiuto sdegnato – di tutti. Chiudo però con un’altra domanda: ma di queste cose, di questi temi, secondo voi, ai nostri politici gliene importa?

 

Tommaso


Barak Obama President!

Novembre 5, 2008

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Mi servo di Nelson Mandela per commentare la vittoria storica di Obama, che per la prima volta porta un afroamericano alla Casa Bianca, regalando al mondo un sogno!

Caro Senatore Obama,
Ci uniamo al popolo del suo Paese e di tutto il mondo nel congratularci con lei per essere diventato il nuovo presidente eletto degli Stati Uniti. La sua vittoria ha dimostrato che nessuna persona, in nessun luogo al mondo dovrebbe astenersi dal sognare di volere cambiare il mondo affinché diventi un pianeta migliore.
Prendiamo atto e plaudiamo al suo impegno di sostenere la causa della pace e della sicurezza in tutto il pianeta. Confidiamo inoltre che lei faccia rientrare nella sua missione di presidente anche la lotta alle piaghe della povertà e della malattia in tutto il pianeta.
Le auguriamo forza e decisione nei giorni e negli anni difficili che le stanno davanti. Siamo sicuri che lei alla fine conseguirà il suo sogno, quello di rendere gli Stati Uniti d’America un partner a pieno titolo di una comunità di nazioni dedite ad assicurare pace e benessere a tutti.
Con i miei più sinceri auguri,
N.Mandela