Da qualche tempo stiamo assistendo ad un copione sempre più quotidiano.
Il cittadino ha paura, quella paura che ormai caratterizza le nostre giornate e che sempre di più scuote la vita di ognuno di noi.
Il mondo è cambiato. A me capitava da bambino di giocare per strada con gli amici, di ritrovarci insieme al “muretto” a fare due parole parlando delle nostre squadre di calcio o delle nostre storie del momento… si prendeva tranquillamente la bici per andare a trovare i compagni per fare la lezione con loro. Questo oggi non c’è più, la nostra quotidianità è cambiata; ci sono mille motivi ma spesso mi chiedo: “cosa possiamo fare di diverso?”.
Forse pensare alla sicurezza solo in termini di ordine pubblico risolve davvero fino in fondo i problemi? Mi piace pensare che ognuno di noi possa fare qualcosa; la politica della paura che oggi tutti utilizzano e che ha avuto un peso tanto grande sui risultati elettorali, porta da qualche parte? Nascondere la testa come gli struzzi sono cosciente che non serva, però non alimentiamo la paura, facciamo degli spazi pubblici luoghi dove è piacevole stare, “rioccupiamo” le piazze, i quartieri, i parchi, le strade. Combattiamo per spazi decorosi e illuminati, dove ritrovarsi è bello e dove ognuno trova facile accoglienza.
Partendo dai più deboli dico che gli anziani e i bambini non possono e non devono, essere costretti a stare chiusi in casa, devono sentirsi bene e sicuri nelle nostre città.
Il rispetto della legge, sacrosanto e necessario, si deve accompagnare a quel sentimento di accoglienza così radicato nella nostra cultura.
Integrazione, o meglio incorporazione, intesa come cammino dove la comunità locale e gli stranieri devono incontrarsi e costruire un unico “corpo” sociale, ricercando un avvenire comune per immigrati e residenti. Le esigenze sono reciproche, in una logica di eguaglianza in cui gli stranieri, che godono da subito di alcuni diritti inalienabili, devono essere consapevoli di avere simultaneamente anche degli imprescindibili doveri legati ad una puntuale osservanza delle leggi del paese ospitante, pena l’impossibilità di soggiornarvi.
Solo così possono essere gradualmente accompagnati alla piena cittadinanza, alla effettiva parità di diritti e doveri, alla partecipazione attiva nell’edificazione della società. Si tratta indubbiamente di un cammino lungo e difficile, ma un cammino necessario in vista di una società espressione della globalizzazione.
Forse ricette giuste non ci sono ma mi piace pensare che sia possibile attivare politiche basate sul rispetto e non sul potere, sulla possibilità e non sull’uniformità, sulla condivisione e non sulla paura.
Pubblicato da stefanolanducci10
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