Il nostro silenzio assordante

Giugno 23, 2009

IRAN POST ELECTION PROTESTSQuando le cose accadono a migliaia di Km ci si dimentica di tutto. Si mostra un imbarazzo che si avvicina all’emozione, ma nulla di più,  davanti ai video che scorrono sui nostri computer e sui nostri televisori (meno a dire la verità…).

Davanti alle migliaia di persone che sfilano con i loro fiocchi verdi, per le strade di Teheran, il nostro silenzio è assordante, restiamo muti, drammaticamente muti, ad osservare l’orgoglio di giovani e meno giovani che chiedono democrazia ( concetto così bello e importante troppe volte calpestato anche da noi ); restiamo muti davanti ai corpi feriti o purtroppo ormai inerti, che ci chiedono non solo parole ma anche fatti. Mi fa paura il nostro silenzio, è un silenzio frutto del nostro tempo, incapace di scrollarsi l’apatia che lo determina; un’apatia che ci caratterizza ormai  da anni, siamo troppo presi dai nostri egoismi, dalle nostre belle prospettive fatte sempre meno di valori e di ideali sui quali scommettere. Neanche gli occhi di Neda, 16 anni, in piazza contro i brogli, contro il regime, per la libertà e la democrazia, morta insieme ad altri amici nelle strade di Teheran ci da il coraggio di alzare la voce. Quella voce che manca anche ai nostri governi, troppo occupati in altre faccende o peggio ancora, troppo innammorati di un nemico sulla cui esistenza hanno costruita quella politica del terrore, del riarmo, della guerra, così necessari per la loro economia, per la loro sopravvivenza.


SI al Referendum!

Giugno 15, 2009

Perché rifiutare l’astensione, perché votare Sì

di Stefano Ceccanti

1. La prima scelta è quella tra voto e non voto. Le grandi culture politiche che hanno dato vita alla Costituente ci hanno trasmesso l’importanza del voto libero e segreto come dovere prima che come diritto. Siamo sicuri che sia un progresso sbarazzarcene? Prima che per i singoli cittadini il problema si pone per coloro che hanno un ruolo di orientamento educativo, a partire da vescovi, costituzionalisti e parlamentari. Legittimare autorevolmente l’astensione è sempre sbagliato, anche per i referendum abrogativi per i quali è previsto un quorum molto elevato, pensato in una società in cui votava più del 90% degli elettori. I referendum, come ricordava Moro alla Costituente, sono un importante strumento contro le possibili prevaricazioni di una maggioranza parlamentare ai danni dell’elettorato. Se accettiamo il trucco per cui chi è contrario al risultato anziché fare una battaglia limpida per il No, gioca ad annettersi l’astensionismo cronico, quello che va ormai oltre il 30%, perché è più facile vincere spingendo solo un altro 20% al non voto, svuotiamo uno dei pochi contrappesi che esistono. Né è accettabile criticare tale atteggiamento a giorni alterni: aderendo per i referendum che si vogliono osteggiare e criticandolo per i referendum che si vogliono sostenere. Su questa Agenzia molte voci si levarono a criticare la scelta del cardinale Ruini sulla procreazione assistita. Spero che, per coerenza, quelle stesse persone mantengano la critica al machiavellismo dell’astensionismo e, se contrarie, si schierino francamente per il No. Per di più, in questi ultimi giorni, dopo un incontro privato, Bossi e Berlusconi hanno concordato uno scambio tra astensione al referendum e sostegno al ballottaggio: merita di andare a votare anche contro questo ennesimo episodio di uso privatistico delle istituzioni, elle regole comuni, da parte dell’attuale maggioranza.

2. La seconda scelta è quella tra Sì e No. Essa deve prendere le mosse dall’attuale legge elettorale, la cosiddetta “porcata” (il Ministro Calderoli, uno dei principali sponsor dell’astensionismo). L’obiettivo politico dei quesiti è quello di rimettere in discussione quella bruttissima legge. I quesiti non sono dei fini in sé, sono gli strumenti per raggiungere quegli obiettivi e si devono muovere secondo gli orientamenti della Corte costituzionale, limitandosi a sottrarre norme che lascino comunque operativa la legge. Coi quesiti si poteva proporre di togliere le candidature plurime, che fanno scegliere gli eletti anche dopo il voto, ma non si poteva reintrodurre il collegio uninominale. Non a caso in Parlamento abbiamo presentato varie iniziative per raggiungere quell’obiettivo, a cominciare dall’idea semplice di una legge di un solo articolo per ripristinare la legge Mattarella. E’ poi infondata l’accusa secondo cui con la vittoria del Sì verrebbe data la maggioranza assoluta dei seggi al partito che ha ottenuto una maggioranza solo relativa di voti, perché questo è già possibile con la legge in vigore. Anche al fine di mantenere la scelta diretta dei governanti da parte dei cittadini arbitri sarebbe certo preferibile il collegio uninominale anziché il premio di maggioranza, ma ciò è possibile solo dopo un successo del Sì. Dal punto di vista politico, al di là dei tecnicismi, il successo dell’astensione o del No portano sicuramente al mantenimento della legge Calderoli; dopo un risultato del genere nessuno riuscirebbe a sollevare di nuovo la questione di una sua riforma. Chi si astiene o vota No non venga quindi poi a lamentarsi ancor della legge vigente. Al contrario, proprio perché una forza importante della maggioranza, la Lega Nord , in caso di successo sarebbe radicalmente contraria alla legge che risulterebbe dai quesiti, proprio questo fatto costituirebbe una polizza di assicurazione per una successiva riforma parlamentare.


e ora…?

Giugno 10, 2009

anche per l’analisi mi affido a Prodi….

“Due sono le lezioni che arrivano ai partiti di centrosinistra dalle recenti elezioni: una lezione per l’Europa ed una per l’Italia. Riguardo all’Europa la batosta complessiva dei socialisti è stata troppo ampia e diffusa per non obbligare a ripensare al semplice interrogativo se essi siano in grado di fare avanzare da soli il complesso compito del riformismo europeo.

I dubbi nascono anche dal fatto che questa diffusa disfatta avviene in un momento di grave crisi economica con profondi disagi concentrati soprattutto nelle categorie tradizionalmente rappresentate dagli stessi partiti socialisti, a partire dai lavoratori di più basso livello e dai precari.

Qualche anno fa l’idea di pensare ad una nuova alleanza fra i progressisti (chiamata forse troppo pomposamente ulivo mondiale) era stata scartata come una proposta fuori dalla storia. Ho paura che quest’idea nella storia ci debba ritornare, almeno per aiutare a rielaborare le proposte che i diversi partiti socialisti hanno presentato ai loro elettori. E ci debba ritornare con una forte e coraggiosa politica europea. Abbiamo infatti assistito ad elezioni europee nelle quali le tesi degli euroscettici erano chiarissime, mentre le voci dei filo-europei erano flebili e non si concretizzavano in proposte precise.

La lezione per il centrosinistra italiano è altrettanto chiara, anche se maggiormente scontata in quanto i danni della frammentazione si erano già resi evidenti nelle precedenti contese elettorali.

Per il Partito Democratico in particolare il risultato, soprattutto mettendolo a confronto con le cattive previsioni e con il relativo flop del Pdl,è stato abbastanza buono da garantire la durata del partito stesso. Ma è stato abbastanza cattivo per obbligare a quel grande dibattito ideologico e programmatico di cui un nuovo partito ha assolutamente bisogno. E che è finora mancato. Insomma la lezione europea e la lezione italiana si intrecciano fra di loro e rendono necessario un rinnovamento radicale.”

Romano Prodi


Verso le elezioni!

Giugno 3, 2009

Care amiche e cari amici,

nel momento in cui ribadisco la mia già provata volontà di rimanere al
di fuori della politica del nostro Paese,  sento il dovere, come
semplice cittadino, di sottolineare l’importanza del voto a cui noi
italiani siamo chiamati.

Anzitutto un voto per l’Europa . In questa linea richiamo la necessità
di rafforzare il Partito democratico ricordando come esso abbia sempre
con convinzione sostenuto le grandi scelte europee quali l’euro e
l’allargamento che , come si è dimostrato in questa fase di durissima
crisi , sono  la principale difesa per l’Europa e l’Italia.

La seconda ragione nasce dall’intensificarsi di numerosi segnali di
allarme e di interrogativi da parte di tanti amici ed osservatori
stranieri per la caduta di dignità e per  la qualità democratica del
nostro paese, segnali che ho colto con sofferenza  nella mia  attività
internazionale.
Di fronte a questo il Partito democratico, pur nel suo non facile
cammino, è l’unica concreta  risposta.

Non è tempo né di astensioni né di sofisticate distinzioni.
È il momento di dimostrare che l’Italia può essere diversa , che ha
profonde radici  etiche e che è ancora capace di contribuire alla
crescita democratica di una nuova Europa.

Con amicizia

Romano  Prodi


IMMIGRATI “RESPINTI” PER FINI ELETTORALI

Maggio 22, 2009


Pubblico volentieri questo articolo di B. Del Colle apparso su Famiglia Cristiana del 17 maggio

La politica del “respingimento”, e proposte come quella di riservare ai milanesi posti sulla metropolitana, puntano sulla paura e la sicurezza e aumentano l’intolleranza.

Ci sono tre aspetti della questione immigrati con i quali occorre confrontarsi. Il primo è quello riguardante i cinque milioni di persone di origine straniera (di cui quattro milioni sono regolari e un milione irregolari) che vivono da anni in Italia, facendone un Paese già multietnico. La politica del Governo è volta a rendere la loro esistenza sempre più difficile mediante un “piano sicurezza” che colpisce in particolare i “clandestini”; non tenendo conto del fatto, accertato da indagini di organismi ecclesiali, che nove immigrati su dieci hanno trascorso all’inizio un periodo di clandestinità, o vi sono tornati almeno temporaneamente per la fine dei permessi di residenza.

Il secondo è quello che riguarda in particolare l’immigrazione clandestina dall’Africa, con le drammatiche vicende di questi giorni, con le operazioni di “respingimento” dei barconi carichi di uomini, donne, bambini. Per il ministro dell’Interno si tratta di “una svolta storica”. In realtà è storia vecchia. Gli africani, prima li abbiamo schiavizzati per due o tre secoli, e quelli che morivano sulle terribili galere venivano sepolti nell’Atlantico (come quelli che scompaiono adesso nel Mediterraneo); poi per oltre un secolo li abbiamo colonizzati, per portargli via materie prime che servivano alla nostra industrializzazione; adesso non li vogliamo fra di noi, punto e basta. E l’Onu, le associazioni umanitarie, la stessa Chiesa dicano quello che vogliono.

Le norme internazionali sul diritto all’asilo sono carta straccia. Li rimandiamo in Libia, incuranti del fatto che Tripoli non ha mai riconosciuto la Convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati; e del fatto che solo nel 2008 il 75 per cento di chi è giunto via mare in Italia ha chiesto asilo politico e che al 50 per cento di essi è stata concessa una forma di protezione internazionale. Dunque, prima di “respingerli” occorre almeno verificare questo diritto.

È appena uscito un libro-antologia, Fede, ragione, verità e amore (ed. Lindau, Torino), che raccoglie 37 scritti di varie epoche dell’attuale pontefice Benedetto XVI. Vi si legge questa frase: «Le società possono divenire cieche al diritto in vasti ambiti. Pensiamo alla cecità della società “cristiana” di fronte al problema della schiavitù durante l’età del primo colonialismo; pensiamo alla cecità che, sotto la pressione della propaganda, dilagò nella Germania nazionalsocialista e negli Stati retti a regime marxista. Per tale ragione i cristiani non devono facilmente abbandonare la società a sé stessa, (…) hanno il dovere di lottare per un diritto “giusto”».

Terzo punto, la politica. Quanto succede oggi è in funzione delle imminenti elezioni europee e amministrative e del referendum del 21 giugno. La maggioranza punta molto sulla paura e sulla sicurezza.

Nell’autunno scorso monsignor Nozza, direttore della Caritas, scrisse sull’Osservatore romano: «La politica è creazione di opinioni non tenute al guinzaglio dell’opinione corrente; è capacità e coraggio di influire sul giudizio politico dei cittadini; è azione capace di opera-re perché si determinino cambiamenti nell’opinione pubblica imperante», alla quale arrivano invece dalla politica «segnali contrari che – per mitigare le frustrazioni di chi vede riflesse nell’altro, nel diverso, le proprie insicurezze – alimentano un clima di paura e di intolleranza».

Beppe Del Colle

Inaugurazione Bottega “Saperi e Sapori di Legalità”

Maggio 14, 2009

Vi segnalo le iniziative in occasione dell’apertura della bottega “Saperi e Sapori di legalità” promossa dall’associazione “Ora Legale”, insieme a “Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie”.

All’interno saranno venduti prodotti provenienti dalle terre confiscate alle mafie e prodotti frutto di percorsi di inserimento lavorativo di soggetti svantaggiati.

manifesto


211: Anna

Maggio 8, 2009

4548_anna-politkovskaya“Sensibile al dolore degli oppressi, incorruttibile, glaciale di fronte alle nostre compromissioni, Anna è stata, ed è ancora, un modello di riferimento. Ben oltre i riconoscimenti, i quattrini, la carriera: la sua era sete di verità, e fuoco indomabile.” A. Glucksmann su Anna Politkovskaja….cinema Odeon stasera proiezione del film documentario 211: Anna


Solidarietà…roba da matti!?

Maggio 7, 2009

1241682378561_controlli-alla-frontiera-nHo lavorato poco meno di due anni in provincia di Cremona, presso una struttura molto grande, sicuramente anacronistica ma al tempo stesso piena di umanità, dove per la prima volta, nella mia vita professionale ho incontrato la malattia mentale: è stata un’esperienza importante, faticosa ma toccante..che oggi ricordo sempre con molto piacere. Mi ha insegnato tante cose, e visto che mi sono sono imbattuto in questo articolo di Repubblica,mi piaceva rendere il giusto tributo a questa esperienza, a queste persone. La solidarietà si fa con i gesti, con le parole, con le esperienze…in questo articolo, di cui trascrivo alcune parti è raccontato un viaggio particolare..Parma-Pechino, da cui è stata fatto prima un libro e ora un film…

“La malattia mentale è una prigione, una gabbia dalla quale bisogna cercare di uscire. Come non si può curare un pesce tirandolo fuori dall’acqua, così non si può curare un malato psichico chiudendolo in un luogo lontano dal suo contesto di vita”: in questa frase pronunciata da Paolo, uno degli 11 matti parmigiani che ha vissuto la meravigliosa avventura nell’estate del 2007 sta il senso di una iniziativa che sembrava “folle” persino a chi l’ha concepita. Invece Andrea, Antonella, Andrea, Cecilia, Gianluca, Luca, Luciana, Luigi, Massimo, Olga e Paolo sono partiti con il treno speciale con 208 persone, e sono arrivati nella capitale cinese dopo aver portato la loro testimonianza in giro per mezzo mondo, una testimonianza di libertà che per molte persone nella loro condizione, in Asia, ma anche in Europa, è ancora tutta da conquistare.“Il viaggio siamo noi, né folli né normali, diversi fra gli uguali”, dicono con orgoglio i protagonisti consapevoli che non si tratta di una gita turistica, ma di una “missione” attraverso due continenti: la missione è quella di portare anche in Paesi come la Russia e la Cina la testimonianza che la malattia mentale non deve essere ragione di esclusione, di certificazione della diversità nel chiuso di strutture, ma può essere un problema con cui si può tutti convivere e una risorsa da valorizzare. Questo ha significato l’esperienza parmigiana di Mario Tommasini e Franco Basaglia, autore di una legge che è stata definita “ancora oggi incompiuta” perche anche la libertà ha un prezzo, e lo Stato non ha mai convertito a favore dell’inclusione sociale le risorse che prima buttava nei manicomi. Budapest, Mosca, Transiberiana, Irkusk, Ulan Bator, e finalmente, il 24 agosto il “treno del fare assieme”  arriva a Pechino. A Pechino arrivano con il treno locale fra gli sguardi increduli dei pendolari, devono fare naturalmente i conti con la burocrazia, ma portano il loro messaggio “Insieme liberamente” impresso lettera per lettera sulle magliette “made in China”, rivolto anche a chi non può leggere e a chi non è capace ancora di sentire, certi che domani il diritto dei malati a vivere liberi  nel loro ambiente diventerà possibile anche in Cina….Si chiude così il reportage su carta patinata di questo indimenticabile agosto 2007, “il viaggio dei mille incontri, delle mille amicizie, dei mille saperi, delle mille risorse, della responsabilità condivisa, dei sette amori, dei tanti fusi orari, dei tantissimi piaceri, il viaggio dei “matti”. Che roba!”….da matti aggiungo io!


Le aziende partecipate: un’opportunità o un limite per la crescita dell’economia pisana?

Aprile 17, 2009

In questi giorni abbiamo letto sui giornali locali diversi articoli inerenti all’assetto futuro di Geofor. Non seguo direttamente le questioni essendo di competenza di altra Commissione, ma ho parlato con l’amico e collega Consigliere comunale A. Mazzeo, di cui ho stima,  che mi ha proposto questa importante riflessione che vi giro volentieri.

In queste settimane nella IV commissione comunale, che presiedo, mi sono trovato ad affrontare diverse volte tematiche legate alle società partecipate dal Comune e al loro impatto sull’economia pisana. L’opposizione ha sempre definito le aziende partecipate un limite, io invece credo che possano diventare un’opportunità se mettiamo in atto due azioni concrete:- cambiare il modello delle partecipazioni comunali (creando una holding);
- selezionare il management pubblico attraverso criteri di meritocrazia e di competenze e non sempre attraverso “vecchie logiche di partito”.
Nel primo caso la creazione di una holding è fondamentale in quanto gli amministratori riconoscerebbero un referente qualificato e competente nel management della holding al quale devono rispondere non solo in termini politici. Questa governance, anche se creerebbe maggior distacco tra il consiglio Comunale e le aziende partecipate, risulta piu efficace rispetto alla situazione attuale in quanto i manager pubblici vedono l’unità operativa del Comune come un luogo a cui inviare meramente i dati di bilancio e non come luogo di indirizzo politico. Inoltre (ma i motivi sono molti di più e non mi dilungo qui a presentarli) si creerebbero diverse economie di scala:
- conseguire un utilizzo efficiente ed efficace delle risorse interne;
- reperire soluzioni comuni ai vari problemi aziendali;
- ridurre le diseconomie legate alla presenza di funzioni identiche all’interno del gruppo;
Nel secondo caso, mi sono reso conto (con grande rammarico) che alcune nostre aziende partecipate potrebbero essere gestite in maniera più efficace ed innovativa da manager qualificati e non da politici prestati al management. Su questo credo che il PD, se vuole diventare un grande partito riformista, non debba fare sconti verso nessuno. Gli amministratori attualmente in carica devono essere valutati per la loro capacità di aver saputo guidare l’Azienda (è semplice farlo, basta leggere i Bilanci e i piani industriali), per il livello di raggiungimento degli obiettivi proposti. I nuovi amministratori devono essere invece scelti con criteri di meritocrazia e in base alle competenze nel settore di interesse. Basta scegliere il management pubblico (voglio essere molto chiaro e diretto) con “vecchie logiche di partito”!


Abruzzo

Aprile 9, 2009

terremoto 281 morti …è una Pasqua di dolore.